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Cibo e letteratura

Da sempre, l’uomo ricerca nel cibo un nutrimento per anima e corpo, come ci spiega  il giornalista Alessandro Isidoro Re, che ci guida in un suggestivo viaggio tra alimentazione, arte e cultura.

Il vero cibo è quello della cultura e dell’arte, che nutre il nostro spirito, sempre affamato di conoscenza. Ma non si può ben pensare, senza prima ben mangiare: «Mens sana in corpore sano», dicevano i latini… E allora, non sarà vano ripercorrere a guisa del gambero, a ritroso, con un’archeologia sociogastronomica, alcuni dei migliori abbracci tra arte, letteratura, filosofia e alimentazione.

La madeleine di Proust

Partiamo dall’esempio forse più celebre, in questo senso: la madeleine di Marcel Proust. Questo dolce francese – una sorta di piccolo plumcake – funge, ne La Ricerca del Tempo Perduto, come da fragrante macchina del tempo, dal cuore malinconico, in grado di condurre il sognante Marcello indietro negli anni della sua infanzia, prima, e adolescenza, in seguito. Già questa prima tappa del nostro viaggio pluridisciplinare ci insegna bene come il cibo abbia il potere quasi magico di rievocare in noi – tramite sapori, gusti, aromi e i vari sensi che questi cursori riescono ad attivare – le nostre memorie più intime e i ricordi più profondi. Il buon cibo, sano e semplice, fa tornare bambini. Come mostra la bellissima scena finale del film d’animazione Ratatouille…

L’uomo è ciò che mangia?

Procedendo verso l’800, come non citare l’immarcescibile aforisma del filosofo Ludwig Feuerbach? «L’Uomo è ciò che mangia». La celebre frase del pensatore tedesco, spesso banalizzata, possiede un duplice significato: da un lato, pone il materialismo come unico strumento concettuale adeguato ad interpretare la Storia («La scienza degli Uomini nel tempo», dirà più tardi il grande storico Marc Bloch, sotto le bombe naziste); dall’altro, afferma che l’Uomo deve diventare la propria stella polare.

Come un tempo gli Dèi pagani si nutrivano di alimenti divini, come nettare e ambrosia, così ora l’essere umano – Dio per sé stesso – deve nutrirsi dei suoi cibi terreni: perché le abitudini alimentari dicono chi siamo davvero, forse anche più di tante teorie o elucubrazioni…

Dal Settecento al Cinquecento

Il XVIII secolo, poi, offre una scelta variegata, ma credo che il Convitato di Pietra del Don Giovanni di Mozart, presentatosi a sorpresa al banchetto del gaudente protagonista, possa agilmente occupare un posto di primo piano nel panorama culturale europeo. Il suo verso stentoreo, nella scena finale del secondo e ultimo atto, è granitico e rovinoso come il personaggio: «non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste».

Un avvertimento incalzato dal solito ritmo mozartiano che, in questo caso, quasi per sottolineare la prematura fine del ‘dissoluto punito’ Don Giovanni, anticipa di più di un secolo la dodecafonia di Schönberg e compagnia ‘cantante’. Alla fine del ‘500, cambiando secolo e ‘disciplina’, troviamo invece un dipinto sublime, il Bacco Adolescente di Caravaggio: un ragazzo placido, satollo di buon vino, in pace col mondo e con sé stesso. Il cibo ha anche questo potere ‘taumaturgico’… Sempre nel XVI secolo incontriamo poi la vetta della letteratura goliardica e libertina. Di essa, maestro senza pari, ma con numerosi seguaci, è certamente François Rabelais, autore di uno dei primi veri romanzi moderni:

Gargantua e Pantagruel. Questi due irresistibili giganti ne combinano, per l’appunto, di cotte e di crude; rifocillandosi dopo ogni malefatta con banchetti luculliani, degni dei predecessori che vedremo tra poco.

L’antichità di Roma e Atene

Con un balzo plurimillenario, infatti, giungiamo infine nelle antiche civiltà di Roma e Atene. In primis, va citato l’irresistibile banchetto di Trimalcione, contenuto nel Satyricon di Petronio Arbitro (e ripreso magistralmente anche dall’omonimo film di Fellini).

All’interno di un’opera che è già essa stessa un grande pinzimonio polifonico, ricco di avventure pruriginose e invenzioni linguistiche, si erge protagonista – e altresì unico momento giuntoci integro lungo le contingenze della Storia – la sferzante critica sociale di Petronio contro i nuovi arricchiti dell’Impero Romano, ignoranti e volgari.

Nell’opulento pasto collettivo, che comprende i capitoli dal 27 al 78 del ‘romanzo’, Trimalcione e i suoi sodali rappresentano infatti l’ecosistema delle provincie campane del primo secolo dopo Cristo. Al di là di battute esilaranti e caricature sopraffine, ciò che è importante per noi, in questa sede, è come, sia nella forma sia nel contenuto, la Cena di Trimalcione rappresenti una pausa, un respiro, nell’economia della narrazione petroniana. Nessuna aggiunta alla trama: solo benessere e divertimento. ‘Anche questo è cibo’, come direbbe Rino Gaetano. Infine, la ciliegina sulla torta; il momentum da cui tutto ebbe inizio. Il Simposio di Platone: la sintesi perfetta del banchetto come consesso di anime belle che si riuniscono per disquisire a turno, con ordine certosino, del principe degli argomenti: L’Amore.

La storia più famosa di questo Simposio è quella narrata da Socrate – il quale ci racconta origine e natura del più grande tra i sentimenti: figlio di Poros e Penìa, ossia furbizia e scarsità, esso sarebbe mancante per natura; e deve errare a lungo prima di trovare la sua meta... L’Amore sarebbe dunque, per Socrate e Platone, mancanza e appetito per ciò che ci venne tolto all’alba dei tempi. La Filosofia, pertanto, in quanto amore del sapere, sarebbe anch’essa mancante per natura, muovendosi incessantemente tra povertà e ricchezza, appetito e sazietà. La ricerca della verità può essere vista allora come un grande Simposio collettivo, saporito e nutriente, che tuttavia non potrà soddisfare mai appieno la nostra eterna fame di conoscenza.

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